Roma, 14 mag. – La cooperazione internazionale deve superare la distinzione netta tra soccorso immediato e programmi di crescita, integrando la pianificazione dello sviluppo direttamente all’interno della gestione delle crisi: è l’approccio del “triple nexus” (aiuto umanitario, sviluppo e pace) emerso durante la seconda giornata di lavori a Codeway, la manifestazione organizzata da Fiera Roma dedicata alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile in corso fino a domani venerdì 15 maggio, in occasione di un panel organizzato in collaborazione con il dipartimento della Protezione civile.

Secondo Gianluca Brusco, a capo dell’Unità per gli interventi internazionali di emergenza umanitaria del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale (Maeci), limitarsi ad aiutare le persone a sopravvivere rischierebbe di favorire la loro deumanizzazione. “Dobbiamo aiutare le persone ad affrancarsi dal bisogno di aiuti internazionali”, ha dichiarato Brusco, sottolineando la necessità di lavorare in maniera sincronizzata come una squadra di calcio, dove ogni attore mantiene il proprio ruolo in modo complementare.

L’eccellenza del modello italiano di protezione civile, basato sulla capacità di trasformare il soccorso in resilienza, è stata al centro dell’intervento di Fabio Ciciliano, capo del dipartimento della Protezione civile. Ciciliano ha ricordato come il sistema nazionale, nato cinquant’anni fa dall’intuizione di Giuseppe Zamberletti, sia oggi un leader globale capace di gestire crisi complesse che vanno dalle calamità naturali alla scarsità idrica.

“La gestione delle emergenze costa molto di più della prevenzione e della previsione”, ha avvertito Ciciliano, evidenziando che l’investimento in profilassi e pianificazione è l’unica via economicamente e socialmente sostenibile per garantire la continuità delle comunità colpite. Per il prefetto, la sfida è innanzitutto culturale: “Senza cultura non c’è capacità di capire e, senza capire, non si percepisce il valore della prevenzione”. Ciciliano ha poi rivolto lo sguardo alle nuove generazioni, ricordando che la nostra è la prima epoca in cui i figli rischiano di stare peggio dei genitori: “Dobbiamo ragionare sui piedi dei bambini di oggi che saranno i grandi di domani”.

E in questo spazio operativo non esiste più una separazione temporale tra aiuto e crescita, come confermato anche da Rosario Valastro, presidente nazionale della Croce Rossa Italiana (Cri), secondo il quale l’azione umanitaria deve essere simultanea: “Non esiste più un prima e un dopo; siamo chiamati a salvare vite oggi e a costruire resilienza per il domani”.

L’Italia sostiene questo processo con strumenti concreti come il fondo per lo sminamento umanitario, che ha mobilitato oltre 100 milioni di euro per rendere i territori sicuri e pronti agli investimenti. Secondo Brusco, infatti, la diplomazia umanitaria italiana si distingue per un “pragmatismo etico” che punta a rimanere presente nei contesti più difficili, come la Libia o il Sahel, per evitare di creare pericolosi vuoti geopolitici e normativi. Lo sforzo congiunto del sistema mira dunque a trasformare il soccorso in un processo di autonomia duratura, dove l’innovazione tecnologica e la logistica privata supportano il ritorno alla stabilità sociale. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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