Roma, 14 mag. – L’acqua si conferma leva strategica fondamentale per la pace e la stabilità sociale nel continente africano, trasformandosi da sfida emergenziale in opportunità di sviluppo strutturale: è questa la strategia del sistema Italia presentata in occasione della seconda giornata di lavori a Codeway, la manifestazione organizzata da Fiera Roma dedicata alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile in corso fino a domani venerdì 15 maggio, per garantire l’accesso a una risorsa sicura a oltre due miliardi di persone che ancora ne sono prive a livello globale.

Marco Riccardo Rusconi, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ha evidenziato come l’acqua permei tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030, incidendo direttamente su salute, istruzione e uguaglianza di genere. “L’acqua è un elemento che scorre e permea ogni settore dello sviluppo; per affrontarne la complessità occorre un approccio corale che integri infrastrutture, tecnologia e dialogo con le comunità locali”, ha dichiarato Rusconi, citando il rischio che progetti tecnicamente perfetti falliscano senza un’adeguata intermediazione umana.

Il coordinamento tra settore pubblico, privato e accademico trova applicazione concreta in progetti come l’ampliamento del sistema idrico di Brazzaville, nella Repubblica del Congo, destinato a beneficiare oltre un milione di cittadini. Fabio Massimo Ballerini, della Struttura di missione per l’attuazione del Piano Mattei, ha spiegato che la gestione idrica è una priorità politica condivisa con l’Unione africana, supportata da piattaforme di cofinanziamento con la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo.

A sua volta Francesco Maria Rotundi, amministratore delegato di Acea Infrastructures, ha tuttavia avvertito che il successo degli investimenti dipende dalla sostenibilità nel lungo periodo: “Il principale ostacolo non è la mancanza di soluzioni tecniche, ma la carenza di fondi destinati alla manutenzione e alla formazione di capacità gestionale locale; senza queste, il fallimento delle opere è inevitabile”.

L’eccellenza dell’ingegneria ambientale italiana è stata sottolineata anche da Giorgia Scopece, direttrice di Sogesid, che ha richiamato la necessità di superare il modello dei “doni a perdere” – impianti realizzati senza formazione o con sistemi incomprensibili – per puntare su un’autonomia gestionale dei Paesi partner.

In Tunisia, il progetto Tanit rappresenta un modello di questa visione: attraverso il trattamento delle acque reflue, l’Italia punta a recuperare 12.000 ettari di terreno desertico. Biagio Di Terlizzi, direttore del Centro di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari, ha spiegato che l’obiettivo è “cambiare il colore dell’economia da giallo a verde”, creando occupazione e stabilità attraverso la diplomazia idrica.

In questo scenario si inserisce l’attività del Comitato One Water, rappresentato da Vanessa Curcio, che promuove una visione olistica della risorsa in vista del primo Forum euromediterraneo dell’acqua previsto a Roma in autunno, dal 29 settembre al 2 ottobre prossimi. Nonostante il calo degli aiuti internazionali, scesi del 23% nel 2025, Priyanka Soni del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha confermato il ruolo dell’Italia come facilitatore per sbloccare nuovi finanziamenti entro l’inizio del prossimo anno. La sfida della resilienza idrica si configura così come un elemento di sicurezza regionale che, secondo la visione della cooperazione italiana, mira a stabilizzare il continente attraverso il passaggio definitivo dal modello assistenziale a quello del partenariato paritario. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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