Roma, 14 mag. – La protezione dalle minacce epidemiche passa per lo studio delle patologie nei territori d’origine attraverso il paradigma “One Health”, inteso non più come traguardo teorico, ma come metodologia operativa della cooperazione: è quanto emerso oggi a Codeway Expo, la manifestazione organizzata da Fiera Roma dedicata alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile in corso fino a domani venerdì 15 maggio, durante il panel dedicato alla resilienza delle filiere sanitarie, dove esperti e imprese hanno delineato una nuova strategia di diplomazia scientifica che integra salute umana, animale e ambientale.
Nicola d’Alterio, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam), ha sottolineato la funzione di sorveglianza attiva svolta dai tecnici italiani all’estero: “Studiamo le malattie infettive nei territori dove si manifestano per proteggere l’Italia e l’Europa dal loro arrivo; lavoriamo con la stessa passione dei cooperanti perché siamo consci di questa funzione di difesa”. Secondo Laura De Antoniis, dell’Izsam, questo approccio segna un “passaggio dal cosa al come” nella messa a terra dei progetti, trasformando la cooperazione scientifica in uno strumento per facilitare il dialogo tra i Paesi.
Il modello italiano di intervento veterinario trova applicazione concreta anche in aree di crisi, come dimostrato dall’attività del Centro di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari. Il direttore generale Biagio Di Terlizzi ha riferito della fiducia costruita in Siria e Libia attraverso cliniche mobili, evidenziando che “l’Italia è capace di costruire un servizio veterinario anche in condizioni di fragilità politica, riducendo potenzialmente i costi di prevenzione per l’intero sistema europeo”.
Questa visione integrata è condivisa da Amref Health Africa, che dal 2005 opera nelle zone pastorali del continente con programmi di vaccinazione per oltre 1,8 milioni di capi di bestiame. Marta Sachy, responsabile dei programmi dell’organizzazione non governativa, ha spiegato che in Africa l’approccio è endogeno poiché “il benessere familiare dipende direttamente dalla salute del patrimonio zootecnico”.
Sul fronte industriale, la sfida della sicurezza alimentare viene affrontata attraverso la creazione di filiere agroindustriali autosufficienti. Patrick Ungaro, direttore operativo di Bonifiche Ferraresi International, ha annunciato la gestione di 100 mila ettari in Africa, tra cui un progetto da 36 mila ettari in Algeria, basato su joint venture che escludono l’esportazione dei prodotti per favorire il consumo locale: “Aiutiamo le popolazioni a diventare propositori nelle loro terre attraverso una formazione innovativa che diventi loro patrimonio”.
Anche per Giovanni Sorlini, responsabile qualità del Gruppo Inalca, il controllo delle filiere bovine rappresenta un pilastro della stabilità rurale. Secondo Sorlini, il bovino è un “ecosistema che porta con sé una vera società rurale”, rendendo i partenariati tecnico-scientifici essenziali per mitigare i rischi sanitari che potrebbero minacciare gli investimenti e lo sviluppo dei territori. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]
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