Beirut, 01 apr. – Il Libano sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente. Dall’inizio di marzo, l’escalation del conflitto tra Israele e le milizie Hezbollah ha trasformato il sud del Paese e la stessa capitale, Beirut, in un teatro di crisi umanitaria senza precedenti. In questo scenario di estrema instabilità, la cooperazione internazionale si trova a operare in un equilibrio precario, cercando di mantenere vivi progetti essenziali tra ordini di evacuazione e bombardamenti quotidiani.

La situazione nel meridione è definibile “catastrofica” da chi ci vive. Le operazioni militari e gli attacchi aerei israeliani hanno colpito indiscriminatamente aree civili e infrastrutture vitali, costringendo oltre un milione di persone – circa il 20% della popolazione totale – ad abbandonare le proprie case. Tra questi, si contano più di 370.000 bambini che hanno perso improvvisamente il diritto all’istruzione e alla sicurezza.

“Quello che vediamo oggi nel Sud non è solo distruzione fisica, è lo sradicamento di un’intera identità rurale – racconta un cooperante attivo da anni nel distretto di Hasbaya -. Nel sud del Libano, l’impiego sistematico di munizioni al fosforo bianco da parte israeliana, denunciato da diverse organizzazioni internazionali, non sta colpendo solo le persone: sta compromettendo il futuro stesso del territorio. Decine di migliaia di ulivi secolari sono andati distrutti, mentre il suolo, contaminato, resterà improduttivo per anni. Un colpo durissimo per l’agricoltura, che rappresenta la principale fonte di sostentamento per intere comunità.

Gli ordini di evacuazione emessi dalle forze armate israeliane (Idf) coprono ormai l’intera area a sud del fiume Zahrani, estendendosi ben oltre le tradizionali rivendicazioni israeliane legate al fiume Litani. Questo ha generato ondate di sfollamento massicce verso nord, creando una pressione insostenibile su città dell’area del monte Libano e nord Libano come Jounieh e sulla capitale Beirut, dove i profughi vivono in tende improvvisate, veicoli o rifugi sovrappopolati con scarso accesso ad acqua potabile e cure mediche essenziali.

Sul fronte diplomatico, il governo centrale libanese appare fragile e quasi spettatore della tragedia. Pur avendo preso le distanze dalle azioni di Hezbollah e avendo vietato le attività militari del gruppo per tentare di ripristinare la sovranità statale, lo Stato non ha intrapreso azioni militari per difendere i confini, limitandosi a richieste di mediazione a Francia e Stati Uniti. “Questa posizione – continua il cooperante – ha lasciato i civili in una sorta di terra di nessuno istituzionale. Da un lato, Hezbollah considera questa guerra esistenziale e prosegue lo scontro; dall’altro, la popolazione teme che le tensioni interne tra le diverse comunità possano sfociare in una nuova guerra civile, alimentata anche dalla strategia di colpire selettivamente alcune aree per esasperare i conflitti tra residenti e sfollati”.

In questo contesto drammatico , la cooperazione internazionale cerca di non indietreggiare, nonostante i rischi logistici siano diventati estremi. Un esempio significativo è “Rifiuto o risorsa? Responsabilità ambientale e sociale di imprese e municipalità”, progetto della Ong italiana Celim, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Il programma opera proprio nel cuore della crisi, nei distretti di Hasbaya e Marjayoun, zone critiche situate lungo il confine. Nonostante la municipalità di Hasbaya non sia stata colpita da bombardamenti sistematici, l’instabilità delle aree circostanti, come le fattorie di Chebaa e il distretto di Marjayoun, rende ogni spostamento un rischio mortale.
“Lavorare oggi significa accettare un blocco operativo quasi totale – spiega lo stesso cooperante -. I nostri fornitori nella valle della Bekaa o nell’area di Dahiye a Beirut sud sono sotto attacco quotidiano. Consegnare materiali o monitorare i siti è diventato un terno al lotto e la sicurezza del personale è la nostra priorità assoluta”.

“Attualmente, il team composto da personale espatriato e staff locale si trova a operare in una situazione di stand-by forzato. Nonostante le gravi limitazioni operative e l’insicurezza diffusa, Celim continua a garantire una presenza attiva sul territorio, facendo leva sul proprio personale libanese, che resta nelle comunità e mantiene i contatti in un contesto segnato da infrastrutture elettriche e stradali gravemente danneggiate. La continuità dell’impegno, anche in condizioni così critiche, rappresenta un elemento essenziale per non interrompere il legame con le municipalità e le comunità coinvolte. Già nel 2024 il progetto era stato costretto a rimodulare le attività, escludendo le aree di Chebaa e Rachaya El Foukar perché troppo esposte; oggi anche i nuovi siti di Jdeidet Marjayoun risultano parzialmente inaccessibili a causa dell’insicurezza diffusa, rendendo ancora più evidente la necessità di un supporto costante e continuativo.”

Mentre nel sud si combatte, a Jounieh, a nord di Beirut, è in fase di avvio un nuovo progetto dedicato all’integrazione dei lavoratori migranti, finanziato dalla Conferenza episcopale italiana. Sebbene quest’area sia relativamente più stabile, la caduta di detriti missilistici e l’enorme afflusso di sfollati mantengono la tensione sociale altissima.
“Il timore più profondo della popolazione, sussurrato tra le macerie, è quello di non poter più tornare alle proprie case – conclude il cooperante -. La paura di una permanenza indefinita nei rifugi e di una possibile pulizia etnica grava sui cittadini come una spada di Damocle. In questo abisso, la cooperazione internazionale rimane uno degli ultimi baluardi di speranza, un tentativo concreto di trasformare, laddove possibile, il rifiuto di una guerra devastante in una risorsa di resilienza per il domani del Libano”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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