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Sudan: la guerra lascia milioni di bambini senza scuola

Khartoum, 10 ago. – La vicesegretaria generale delle Nazioni Unite, Amina Mohammed, ha chiesto la cessazione immediata del conflitto in Sudan, avvertendo che la guerra sta privando milioni di bambini dell'accesso all'istruzione e alimentando quella che ha definito "la più grave crisi di sfollamento al mondo".

Intervenendo nel fine settimana a una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla tutela dell'istruzione in Sudan, Mohammed ha ricordato che il conflitto dura ormai da 1.210 giorni e che oltre 33 milioni di persone, più della metà della popolazione del Paese, dipendono dagli aiuti umanitari.

"Tra tutte le cose che questa guerra sta sottraendo al popolo sudanese, una delle perdite più gravi riguarda il futuro del Paese, perché i bambini vengono privati del loro diritto all'istruzione", ha dichiarato la vicesegretaria generale dell'Onu. "Oggi almeno otto milioni di bambini in età scolare non frequentano la scuola e le conseguenze sono particolarmente pesanti per milioni di minori sfollati, soprattutto per coloro che hanno trovato rifugio al di fuori del Sudan", ha aggiunto.

Mohammed ha spiegato che la situazione è particolarmente critica nel Darfur, dove quasi tre quarti degli edifici scolastici sono stati danneggiati, distrutti o resi inutilizzabili dall'inizio delle ostilità. Secondo le stime dell'Onu, cinque bambini su sei nella regione non frequentano attualmente la scuola. "I genitori raccontano di preferire tenere i propri figli a casa piuttosto che mandarli a scuola, perché la loro abitazione è diventata l'unico luogo in cui ritengono di poterli proteggere", ha affermato.

La rappresentante delle Nazioni Unite ha inoltre ricordato che la carestia si è ormai diffusa in diverse aree del Paese e che circa quattro milioni di donne e bambini potrebbero soffrire di malnutrizione acuta nel corso dell'anno. A ciò si aggiunge la crisi degli sfollamenti, con quasi nove milioni di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni all'interno del Sudan e milioni di altre rifugiatesi nei Paesi vicini.

"Questa guerra deve finire e deve finire subito", ha dichiarato Mohammed, chiedendo che i responsabili delle violazioni dei diritti umani e delle atrocità commesse durante il conflitto siano chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

La guerra in Sudan è iniziata nell'aprile del 2023, in seguito alle tensioni tra l'esercito regolare e le Forze di supporto rapido (Rsf) in merito all'integrazione dei paramilitari nelle forze armate nazionali. Da allora, il conflitto ha provocato decine di migliaia di vittime e una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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R.D.Congo: Oms, basso il rischio globale di epidemia Ebola

Kinshasa, 25 giu. – Il rischio globale "rimane basso" per quanto riguarda l’epidemia di Ebola con epicentro nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Lo ha dichiarato ieri il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), dopo la conferma di un caso in Francia.

La Francia ha annunciato il primo caso confermato di Ebola identificato sul suo territorio: un medico rientrato proprio dalla Repubblica Democratica del Congo. Si tratta del primo caso di febbre emorragica mortale identificato al di fuori del continente africano durante l'attuale epidemia, che ha colpito anche l'Uganda.

Il caso confermato ieri riguarda un medico che collaborava con l'Alleanza per l'azione medica internazionale (Alima), ha dichiarato l'ong. Il paziente "è salito a bordo di un volo di linea proveniente da Kinshasa ed era quasi asintomatico, a parte il mal di testa", ha dichiarato il ministero della Salute francese. Le condizioni del paziente sono "leggermente peggiorate durante il volo", dopodiché, una volta atterrato a Parigi, è stato immediatamente isolato e preso in cura, ancor prima che la malattia fosse ufficialmente identificata, ha aggiunto il ministero.

Il paziente è in "condizioni stabili" e la sua carica virale è "molto bassa", ha aggiunto il ministero. Sono in corso iniziative per identificare potenziali contatti.

Da parte sua, il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha messo in guardia contro le "reazioni eccessive" al caso. Non c'è "bisogno di panico", ha affermato, insistendo sul fatto che "il rischio per il resto del mondo è basso", aggiungendo tuttavia che il caso è servito da "monito sui rischi affrontati da chi è in prima linea".

"Quasi 80 operatori sanitari sono stati contagiati, il che evidenzia i rischi che corrono e l'importanza di rafforzare la prevenzione e il controllo delle infezioni", ha sottolineato.

L'Oms ha consigliato ai Paesi "di sostenere il dispiegamento in sicurezza del personale impegnato nella risposta a questa epidemia", ha affermato Tedros. "Ciò include garantire che le organizzazioni che inviano personale forniscano informazioni chiare sui rischi, su come ridurre e gestire i rischi di esposizione e che i paesi siano preparati a facilitare l'evacuazione, se necessario."

Il 15 maggio è stata dichiarata la 17a epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dopo diversi decessi nella provincia orientale di Ituri, afflitta da gruppi armati. Secondo gli ultimi dati ufficiali, sono stati registrati oltre 1.000 casi, di cui 267 decessi, il che rappresenta un tasso di mortalità di circa il 25%.w

L'Oms valuta invece il livello di rischio per la salute pubblica come "molto alto" per la Repubblica Democratica del Congo, "alto" per l'Uganda e gli altri Paesi confinanti con la Rdc e "basso" per il resto del mondo. Per questo motivo, Tedros ha chiesto di mettere il caso in Francia nella "giusta prospettiva", esortando a evitare "reazioni eccessive".

Ha infatti fatto notare che, mentre migliaia di casi di Ebola sono stati rilevati in Africa negli ultimi cinquant'anni, "negli ultimi 50 anni, il numero di casi rilevati al di fuori dell'Africa è inferiore a 30". [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa: il paradosso degli sprechi alimentari, allarme Ong

Abidjan, 19 giu. – Il drammatico contrasto tra l'immensa ricchezza agricola del continente africano e lo spreco di oltre 70 milioni di tonnellate di cibo all'anno, a fronte di milioni di persone che soffrono ancora la fame, è al centro dell'allarme lanciato dalla Costa d’Avorio, dall'organizzazione non governativa Mafondation. In base a un comunicato diffuso in occasione della Giornata mondiale contro la fame, che ricorreva il 15 giugno, l'Ong ha denunciato una situazione critica per la sicurezza alimentare globale.

Nel mondo sono più di 800 milioni le persone che patiscono la fame e una quota significativa si concentra proprio nel continente africano. Secondo i dati presentati da Mafondation, una percentuale compresa tra il 30% e il 40% degli alimenti prodotti in Africa viene persa o sprecata prima ancora di raggiungere i consumatori, una quota che nell'Africa subsahariana supera il 50% quando si parla di frutta e verdura. Questa dispersione di risorse è causata principalmente dalla carenza di infrastrutture per lo stoccaggio, dall'insufficienza delle reti di trasporto e dalla debolezza della catena del freddo.

A soli sei anni dalla scadenza del 2030 stabilita dall'Onu per raggiungere l'Obiettivo di sviluppo sostenibile numero due, denominato Fame zero, gli indicatori rimangono bloccati su livelli preoccupanti. Come sottolineato nel comunicato dell'organizzazione, il tempo delle constatazioni è finito ed è giunto il momento di agire, poiché nutrire la popolazione non significa solo produrre di più, ma richiede di conservare, distribuire e valorizzare meglio ciò che è già disponibile.

Per invertire questa tendenza e correggere gli squilibri strutturali del Paese e dell'intero continente, l'istituzione propone il Patto africano per fame zero, zero sprechi 2035, un impegno collettivo rivolto a governi, imprese, agricoltori, università e ong. I traguardi fissati per il 2035 prevedono di dimezzare le perdite alimentari, sfamare 100 milioni di persone recuperando il cibo accumulato, creare un milione di posti di lavoro verdi nella valorizzazione alimentare e dotare 10.000 comunità rurali di adeguate soluzioni di conservazione.

Tra le soluzioni concrete avanzate dalle fondatrici, le gemelle M'ma e Aïssata Camara, figurano il sostegno diretto ai produttori locali, la trasformazione delle eccedenze alimentari in opportunità economiche come succhi o compost, e l'integrazione della lotta allo spreco nelle strategie nazionali delle autorità, in particolare attraverso il ministero dell'Economia e i dipartimenti agricoli dei vari Stati. Mafondation caldeggia inoltre l'istituzione di un Fondo d'urgenza alimentare comunitario e della prima Banca alimentare agricola rurale per ridistribuire le eccedenze a scuole, orfanotrofi e strutture sanitarie, mossa che l'organizzazione definisce fondamentale per garantire una reale sovranità alimentare in tutta la regione. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Madagascar: la catena degli aiuti al lavoro dopo il ciclone

Antananarivo, 13 feb. – Un vasto slancio di cooperazione si è attivato per aiutare le vittime dei danni del ciclone Gezani sulla costa orientale e Tamatave, dove il bilancio dei morti è salito a 38.

Le immagini di quartieri allagati, case distrutte e famiglie sfollate hanno profondamente colpito l'opinione pubblica, riporta la stampa locale. L'appello d'aiuto delle autorità ha rapidamente trovato un pubblico ricettivo. Anche personalità politiche influenti, tra cui gli ex presidenti Marc Ravalomanana e Andry Rajoelina, hanno diffuso questo appello, amplificando ulteriormente la mobilitazione. Nella capitale, la risposta è stata rapida. Gli abitanti di Toamasina hanno allestito un punto di raccolta donazioni ad Anosy, che nel giro di poche ore è diventato un luogo di ritrovo e un centro di solidarietà. Vestiti, cibo, prodotti per l'igiene e contributi finanziari sono stati inviati in massa per aiutare le persone colpite. Il Comune di Antananarivo, da parte sua, ha allestito un altro punto di raccolta di fronte al Municipio di Analakely, invitando i residenti della capitale a partecipare a questo sforzo nazionale. Gli appelli si susseguono via messaggi whatsapp in una lunga catena nazionale e internazionale.

Gli operatori telefonici, in coordinamento con l'Ufficio Nazionale per la Gestione dei Rischi e dei Disastri, hanno lanciato linee dedicate per il trasferimento di denaro tramite dispositivi mobili. Anche la diaspora malgascia è attivamente coinvolta. All'estero sono state lanciate diverse campagne di raccolta fondi online, in particolare attraverso piattaforme come Leetchi.

A Réunion si stanno organizzando interventi diffusi. Diverse associazioni organizzeranno questo sabato un evento di solidarietà.

L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stanziato 250.000 euro per sostenere le risposte di emergenza . Il sistema delle Nazioni Unite ha stanziato un totale di 5 milioni di dollari attraverso il Fondo Centrale di Risposta alle Emergenze (Cerf), finanziato dai contributi dei partner internazionali. Di questa somma, 2 milioni di dollari sono destinati a rispondere alle conseguenze del ciclone Fytia, mentre i restanti 3 milioni di dollari sono stati mobilitati per azioni preventive prima dell'arrivo del ciclone Gezani. Anche la Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha annunciato un contributo di un milione di dollari.

Mentre promesse e donazioni continuano ad arrivare, una questione rimane centrale, sottolinea il Madagascar Tribune: la trasparenza nella gestione di questi fondi e l'efficacia del loro impiego sul campo. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa 2026: Lobasso, un Sistema Italia con la S maiuscola

Roma, 28 gen. – Oggi effettivamente si vedono più missioni di sistema, di un sistema Italia che si sta facendo strada in Africa come non lo faceva prima. E questo, alla luce di riflessioni su un cambiamento di approccio, “di un rapporto maggiormente empatico, di un atteggiamento che si avvicinasse di più a una visione, che partisse da una visione comune e che quindi includesse interculturalmente la maniera di vedere l'argomento, il business, il contratto, la parte doganale, tutto ciò che poteva riguardare il mondo, dei valori che girano intorno al commercio e alla finanza”. Della strategia italiana per l’Africa ha parlato ieri a Roma Fabrizio Lobasso, direttore per il sistema Italia e gli investimenti della Direzione generale crescita ed esportazioni, durante la conferenza Africa 2026, prospettive politiche ed economiche, organizzata da Africa e Affari, in collaborazione con Eni.

Il Piano Mattei per l’Africa viene spiegato da Lobasso con una metafora: quella di un grande caterpillar che traccia una strada molto forte, e vede tutti gli strumenti del sistema Italia come piccoli operai al lavoro sul fianco della strada. “C’è chi si occupa dell’asfalto, chi dei fiorellini, chi colma il fosso. Ed è allora che si apre a fiore quello che è stato piantato non solo due anni fa, ma decine di anni fa con l'impegno del ministero degli Esteri in particolare, non solo della Cooperazione allo sviluppo, ma anche di quella che era la Dgsp, la direzione generale del sistema Paese, e che oggi è la Direzione generale per la crescita e la promozione delle esportazioni. Che lavora quindi per portare acqua a quel mulino e per diventare ancillare, complementare, e quindi soprattutto badare alla filiera (…) per dar la possibilità di finanziamenti non alla testa solamente del serpentone imprenditoriale che si incunea nei meandri del business”.

Mettendo insieme tutti gli strumenti  “vedo un movimento assolutamente dinamico e soprattutto riposto al centro dell'attenzione” ha sottolineato Lobasso. “Oggi dopo tanti anni, parliamo di sistema con la S maiuscola, davvero”, un sistema che vede interconnessi le direzioni generali istituzionali, il mondo della cooperazione, gli enti per l’internazionalizzazione e il mondo delle imprese. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa Occ.: latte, l'obiettivo è ridurre l'importazione

Dakar, 22 gen. – I Paesi dell’Africa occidentale e del Sahel puntano sul latte locale per ridurre la dipendenza dalle importazioni e rafforzare la sicurezza alimentare. A Thiès, in Senegal, governi, associazioni di allevatori e partner tecnici e finanziari si sono riuniti nei giorni scorsi per definire una strategia comune e lanciare una vera e propria offensiva regionale a sostegno della filiera lattiero-casearia. L’iniziativa è promossa dall’Associazione per la promozione l'allevamento del bestiame nel Sahel e nella savana (Apess).

Al centro del confronto c’è stata la necessità di aumentare la produzione, migliorare la raccolta e la conservazione del latte e sviluppare la trasformazione industriale, oggi ancora poco strutturata in molti Paesi della regione. L’obiettivo è valorizzare il potenziale locale e rafforzare catene del valore capaci di garantire maggiore autonomia alimentare, a partire da prodotti di largo consumo come lo yogurt.

Durante i lavori è stata lanciata una piattaforma regionale che riunisce i principali attori del settore. Per il suo presidente, Boureima Dodo, questo strumento permetterà di passare dalle dichiarazioni ai fatti, grazie a un coordinamento stabile tra Stati e partner pubblici, compresa la Cedeao. È prevista anche una conferenza annuale per fare il punto sui progressi e correggere le strategie.

Secondo Dodo, investire nella filiera del latte significa non solo rafforzare la sicurezza alimentare, ma anche creare posti di lavoro e favorire la diversificazione agricola. Restano però forti criticità, a partire dalla carenza di infrastrutture nelle zone di produzione. Strade inadeguate e accesso limitato all’energia rendono difficile la raccolta e la conservazione del latte. Per questo viene indicata l’energia solare come una soluzione chiave per garantire la catena del freddo.

Un altro problema rilevante è la sicurezza. La presidente di un’organizzazione di produttori del Mali, Oumou Sangaré, ha sottolineato come l’instabilità in alcune aree rurali rappresenti un freno per gli allevatori e ha chiesto un maggiore impegno delle autorità per garantire condizioni di lavoro più sicure e redditizie.

La strategia sul latte locale si inserisce in un quadro più ampio di integrazione regionale promosso dalla Cedeao e dai partner internazionali. Secondo le stime, l’Africa occidentale spende ogni anno oltre 500 miliardi di franchi Cfa (762 milioni di euro) per importare prodotti lattiero-caseari. Rafforzare la produzione locale è considerato essenziale per ridurre le importazioni e raddoppiare la produzione di latte fresco entro il 2030, con benefici diretti per l’economia e per le popolazioni della regione. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa: al via Premio delle organizzazioni della società civile

Dakar, 21 gen. – Al via il Premio delle rganizzazioni della società civile (Osc) africane 2026 ( Prix des Organisations de la Société Civile Africaines 2026). Lo ha annunciato Epic-Africa in un comunicato nel quale viene specificato che l’edizione di quest'anno, dedicata al tema “Celebrare lo sviluppo guidato dalle comunità”, intende valorizzare il lavoro quotidiano delle organizzazioni e dei leader locali, puntando sull’impatto concreto nelle comunità e su soluzioni costruite “dal basso”. Si tratta di un rilancio dell’iniziativa e non il debutto assoluto, dopo una prima edizione già realizzata negli anni scorsi.

Epic-Africa colloca il Premio in un contesto segnato dalla riduzione dello spazio civico e dalla diminuzione degli aiuti internazionali, sottolineando la necessità di sostenere percorsi di sviluppo in cui decisioni, risorse e risposte restino nelle mani delle comunità. “Per troppo tempo il riconoscimento è andato soprattutto alle organizzazioni più visibili o meglio finanziate”, ha dichiarato Rose Maruru, cofondatrice e direttrice generale di Epic-Africa, secondo quanto riportato nella nota. “Con questi premi vogliamo mettere in luce l’ingegno e l’impegno delle Osc africane e ricordare che lo sviluppo del continente passa prima di tutto dalle sue comunità”, ha aggiunto.

Il programma prevede cinque categorie. Tre sono dedicate alle organizzazioni: “organizzazioni operative”, impegnate direttamente con le comunità nella co-progettazione e nell’attuazione di soluzioni locali; “rafforzatori”, che supportano gli attori sul campo attraverso formazione, strumenti e servizi; “facilitatori”, cioè istituzioni che intervengono su politiche pubbliche, ricerca e quadri strategici per creare un contesto favorevole all’azione locale. Due categorie sono individuali: “leader emergenti”, riservata a persone sotto i 35 anni, e “persone d’impatto a vita”, destinata a figure con un impegno di lungo periodo nel rafforzamento della società civile.

Secondo Epic-Africa, il processo di selezione sarà articolato in tre fasi: un appello a candidature aperto anche a organizzazioni informali; una fase di accompagnamento per documentare l’impatto delle realtà preselezionate (attraverso testimonianze, studi di caso e dati); infine la valutazione di una giuria indipendente composta da esperti africani, che selezionerà vincitori e menzioni speciali.

Epic-Africa ha indicato che le candidature sono aperte a tutte le Osc africane, indipendentemente da dimensione e settore di intervento, e possono essere presentate in francese o inglese. Tutte le organizzazioni candidate avranno inoltre accesso alla piattaforma digitale African Cso Platform, destinata a favorire visibilità, networking e opportunità di finanziamento.

Epic-Africa è un’organizzazione panafricana con sede a Dakar, in Senegal, che lavora per rafforzare e dare maggiore visibilità alle organizzazioni della società civile (Osc) africane, promuovendo iniziative e piattaforme di networking, formazione e valorizzazione dell’impatto, tra cui i Premi delle Osc africane. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa: clima, investimenti Ifad-Gef in Eritrea e Malawi

Addis Abeba, 24 dic. – L'Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) e il Gef (Global Environment Facility) hanno annunciato un nuovo pacchetto di investimenti da oltre 124,5 milioni di dollari destinato a Eritrea, Malawi e Kiribati, finalizzato a rafforzare la resilienza climatica delle comunità rurali. Il finanziamento, formalizzato durante il 70° Consiglio del Gef, comprende 44,5 milioni di dollari stanziati dal fondo ambientale e oltre 80 milioni di dollari di cofinanziamenti, di cui 48,5 milioni provenienti direttamente dall'Ifad.

L’iniziativa mira a sostenere progetti innovativi basati sul ripristino degli ecosistemi e sulla partecipazione diretta delle comunità locali, considerate motori della transizione verso le cosiddette “economie blu-verdi”. Juan Carlos Mendoza Casadiegos, direttore della divisione Ambiente e clima dell'Ifad, ha sottolineato che questi investimenti consentono ai piccoli agricoltori e alle popolazioni insulari di proteggere la biodiversità, creando al contempo nuove opportunità economiche inclusive.

Nell’ambito di questo pacchetto, l’Eritrea riceverà un investimento di circa 32 milioni di dollari per il progetto di “Ripristino degli ecosistemi marini e costieri su base comunitaria”. Il programma integra mezzi di sussistenza legati alla pesca e sensibili alla nutrizione all’interno del piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. L’obiettivo principale è il recupero di 3.500 ettari di mangrovie degradate, con l’ambizione di aumentare del 20% la resilienza climatica della regione. Il progetto adotta un modello innovativo che coinvolge 21.320 famiglie nel ruolo di custodi diretti dei propri habitat marini, garantendo una gestione sostenibile e duratura delle risorse costiere.

Parallelamente all’impegno costiero in Eritrea, l’investimento in Malawi si concentra sulla rigenerazione degli ecosistemi terrestri e sul rafforzamento della capacità di adattamento dei piccoli agricoltori dell’entroterra. Il progetto punta a contrastare il degrado del suolo e a promuovere pratiche agricole resilienti ai frequenti shock climatici della regione, assicurando che le comunità rurali possano mantenere i propri mezzi di sussistenza anche di fronte a siccità o precipitazioni estreme.

Il successo di queste operazioni si basa sulla sinergia tra due istituzioni chiave della cooperazione internazionale. L'Ifad è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite e un’istituzione finanziaria internazionale con sede a Roma, il cui mandato è esclusivamente focalizzato sulle popolazioni rurali dei Paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di eliminare povertà e fame. Il Gef, invece, è il principale fondo mondiale dedicato alla protezione dell’ambiente globale e funge da meccanismo finanziario per le principali convenzioni internazionali sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici.

Eritrea e Malawi si aggiungono a una lista crescente di Paesi africani che hanno già sottoscritto accordi analoghi con il binomio Ifad-Gef per progetti di adattamento climatico. In Africa occidentale, nazioni come Senegal e Mali beneficiano da tempo di fondi legati alla Grande Muraglia Verde per il ripristino delle terre aride. Nell’Africa orientale, il Kenya ha attivato programmi per la gestione resiliente delle risorse idriche, mentre il Mozambico ha siglato intese specifiche per la protezione delle aree costiere soggette a cicloni. Anche Etiopia e Tanzania operano nell’ambito di protocolli di cooperazione che integrano sicurezza alimentare e recupero dei bacini idrografici, confermando un trend continentale di investimenti mirati a trasformare la gestione degli ecosistemi in uno strumento di difesa contro gli shock climatici. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudafrica: G20, adottata dichiarazione malgrado boicottaggio Usa

Johannesburg, 24 nov. – Il vertice dei leader del Group of Twenty (G20), svoltosi a Johannesburg il 22 e 23 novembre sotto la presidenza sudafricana, si è concluso con l’adozione di una dichiarazione che invita a rafforzare il multilateralismo e a promuovere una governance globale più equa, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti. Lo ha reso noto il ministero sudafricano delle Relazioni internazionali e Cooperazione, confermando la piena approvazione del documento da parte dei membri presenti.

La dichiarazione finale, intitolata “G20 South Africa Summit: Leaders’ Declaration” e composta da 122 paragrafi, affronta in modo esteso le principali sfide economiche e geopolitiche del momento. Il ministro delle Relazioni internazionali, Ronald Lamola, ha definito il testo “un risultato progressivo che rivoluzionerà il modo in cui il Sud globale partecipa e opera nell’economia mondiale”, sottolineando che la presidenza africana del foro ha voluto imprimere un’impronta orientata all’inclusione e alla riforma delle istituzioni globali.

Secondo quanto riportato nel documento pubblicato sul sito del G20, i leader hanno riconosciuto l’urgenza di sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’affrontare gli effetti dell’instabilità alimentare, del cambiamento climatico e dell’aumento del debito. La dichiarazione richiama la necessità di rafforzare la sicurezza alimentare globale, sostenere le filiere agricole locali più esposte e migliorare la resilienza agli shock dei prezzi, considerati una delle vulnerabilità più acute per numerosi Paesi del Sud del mondo. Sul fronte finanziario, il vertice conferma l’impegno a migliorare i meccanismi internazionali di gestione del debito e a promuovere un approccio più equo verso i Paesi a basso e medio reddito, riconoscendo che molte economie emergenti affrontano livelli di indebitamento che limitano investimenti pubblici essenziali.

Ampio spazio è dedicato anche alla transizione energetica. Nella dichiarazione ufficiale, i membri del G20 ribadiscono la necessità di aumentare i finanziamenti per le energie rinnovabili e per una “giusta transizione”, con particolare attenzione alle economie più esposte agli effetti della crisi climatica. Il vertice riconosce inoltre il ruolo centrale dell’Africa nelle future catene del valore dell’energia pulita, riaffermando l’importanza di sostenere investimenti in infrastrutture verdi e tecnologie a basse emissioni.

La presidenza sudafricana ha messo al centro anche il tema della riforma delle istituzioni multilaterali, sostenendo che la governance globale deve riflettere meglio la composizione del mondo contemporaneo e garantire una rappresentanza più adeguata al Sud globale. La dichiarazione finale insiste sulla necessità di rafforzare il multilateralismo in un contesto segnato da crescenti tensioni geopolitiche, affermando che “il mondo affronta sfide complesse che richiedono risposte collettive e coordinate”.

Gli Stati Uniti, che avevano annunciato di non partecipare al vertice, hanno reso noto che non riconosceranno alcun documento presentato come consenso del G20 senza il loro esplicito assenso. Secondo la South African G20 sous-sherpa Xolisa Mabhongo — il vice-rappresentante del presidente incaricato di coordinare i lavori tecnici del vertice — Washington aveva inviato una comunicazione ufficiale chiedendo che le conclusioni fossero ridotte a un semplice “chair’s statement”, vale a dire un documento redatto esclusivamente dal Paese che presiede il summit quando non esiste un consenso unanime tra i membri e che, a differenza di una dichiarazione finale, non riflette una posizione collettiva del G20. Il portavoce del ministero sudafricano, Chrispin Phiri, ha replicato che l’assenza degli Stati Uniti “non conferisce loro alcun potere sulle conclusioni del G20”, aggiungendo che Pretoria “non si farà intimidire” e che la “coercizione per assenza” non può essere riconosciuta come strumento negoziale.

Nel corso della conferenza stampa finale, il portavoce della presidenza sudafricana, Vincent Magwenya, ha dichiarato che “il semplice fatto che abbiamo una dichiarazione concordata dimostra che il mondo abbraccia il multilateralismo, la cooperazione e la collaborazione”, mentre Lamola ha definito l’esito del vertice come una conferma del ruolo crescente del continente africano nelle dinamiche globali.

Secondo l’esperto Frank Lekaba della Wits School of Governance, citato dall'agenzia di stampa Xinhua, l’adozione della dichiarazione rappresenta “una vittoria per l’Africa” e “ribadisce la centralità del G20 e della presidenza sudafricana”. Il Sudafrica, primo Paese del continente a guidare il gruppo, ha assunto la presidenza il 1° dicembre 2024.

La tensione diplomatica tra Pretoria e Washington si è riaccesa anche in vista del passaggio di consegne della presidenza del G20, previsto per il 1° dicembre 2025, quando gli Stati Uniti dovrebbero assumere la guida del foro. La Casa Bianca ha comunicato che alla cerimonia interverrà solo un inviato, ma Magwenya ha dichiarato che il presidente Cyril Ramaphosa “non consegnerà la presidenza a un funzionario di basso livello”, giudicando la scelta americana “una violazione del protocollo”. Lamola ha aggiunto che gli Stati Uniti dovranno ritirare la presidenza “direttamente dagli uffici del ministero”, affermando che “nessuno ruberà la scena: il continente africano ha dimostrato la propria centralità”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Africa: Zaurrini, il Piano Mattei è una strategia concreta

Roma, 12 nov. – “All’inizio tutti ci eravamo immaginati il Piano Mattei come un programma che desse soldi per lavorare con l’Africa, in stile cooperazione ma pensato per i privati. Invece non è così”. Con queste parole Massimo Zaurrini, direttore responsabile di InfoAfrica e Africa e Affari, ha aperto ieri a Milano l'incontro “Piano Mattei: istruzioni per l'uso” dedicato a fare il punto su due anni dell'iniziativa italiana. “Oggi - ha spiegato - il piano non è un semplice strumento di finanziamento, ma un ecosistema, una strategia che crea le condizioni perché imprese, istituzioni e governi possano lavorare insieme con il continente africano”.

Zaurrini ha sottolineato come il progetto, ancora in costruzione, abbia però già prodotto risultati concreti: “È cambiata la narrazione dell’Africa in Italia. Dodici anni fa, quando iniziavamo a parlarne, venivano due persone ai nostri eventi. Oggi abbiamo sale piene con centinaia di iscrizioni”. Un segnale, per il giornalista, che il Piano Mattei ha riportato il continente al centro del dibattito economico e politico nazionale.

In origine, ha ricordato Zaurrini, l’iniziativa era legata alla retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”, vista come risposta ai flussi migratori. “Oggi, invece, il tema immigrazione è quasi scomparso dai discorsi ufficiali – ha osservato -. L’approccio si è spostato sulla cooperazione economica, sugli investimenti e sulle competenze”.

Per il direttore di Africa e Affari, la vera novità è che il Piano Mattei “ha restituito all’Italia una politica estera”. Dopo decenni di assenza, il Paese torna a giocare un ruolo riconosciuto anche fuori dall’Europa. “La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è diventata un ponte tra Nord e Sud del mondo, interlocutrice tanto per Bruxelles quanto per i governi africani”, ha detto Zaurrini.

Il confronto con il Global Gateway dell’Unione Europea, dotato di 150 miliardi di euro sulla carta, è inevitabile. “Nonostante la differenza di fondi - ha osservato -, il Piano Mattei si è mosso più rapidamente e ha già superato la fase teorica. Alcune risorse europee stanno addirittura transitando attraverso i suoi canali operativi”.

Zaurrini ha concluso sottolineando che “da scatola vuota il Piano Mattei sta diventando una strategia concreta, con 14 Paesi coinvolti e una rete di strumenti finanziari - da Sace a Simest, da Cdp alla cooperazione - che lavora in sinergia. Non è perfetto, ma è il primo vero tentativo, dopo trent’anni, di costruire una politica estera italiana coerente verso l’Africa”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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