Sicurezza

Sudan: milioni di bambini in condizioni di privazioni estreme

Khartoum, 04 mag. – Nel Darfur, in Sudan, circa 5 milioni di bambini vivono in condizioni di privazioni estreme e oltre la metà soffre di malnutrizione acuta in alcune aree, secondo quanto riferito dall’Unicef, che ha lanciato un’allerta rossa.

A vent’anni dal primo conflitto che devastò la regione occidentale del Paese, la crisi attuale – legata alla guerra in corso dal 2023 tra esercito e Forze di supporto rapido (Rsf) – si presenta ancora più grave. Nella sola città di El-Fasher, oltre 1.300 bambini sono stati uccisi o mutilati in poco più di due anni, mentre in alcune zone si registrano condizioni assimilabili alla carestia.

L’agenzia delle Nazioni Unite evidenzia come violenze, fame e sfollamenti forzati si intreccino aggravando la situazione umanitaria, in un contesto di scarsa attenzione internazionale. “Il silenzio del mondo è assordante”, ha dichiarato il rappresentante dell’Unicef in Sudan, Sheldon Yett, sottolineando come la crisi attuale riceva molta meno attenzione rispetto a quella di due decenni fa.

A differenza del passato, anche gli operatori umanitari risultano sempre più esposti: convogli di aiuti, ospedali, mercati e scuole sono diventati obiettivi degli attacchi. L’Unicef segnala inoltre un grave deficit di finanziamenti, avendo ricevuto finora solo il 16% dei fondi richiesti per le operazioni nel 2026. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudan: oltre 559mila rifugiati sudanesi in Libia dal 2023

Khartoum, 22 apr. – Oltre 559.920 rifugiati provenienti dal Sudan sono entrati in Libia dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023, configurando una delle più grandi crisi di sfollamento nella regione negli ultimi anni. Lo rende noto un rapporto pubblicato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel quale viene precisato che 74.934 persone sono state registrate nella fase iniziale del conflitto, portando il totale dei rifugiati registrati presso il centro dell’agenzia a Tripoli a 91.494, mentre continuano gli arrivi attraverso le frontiere meridionali e orientali del Paese.

Secondo il rapporto, l’inasprimento dei controlli alle frontiere da parte delle autorità libiche ha spinto molti rifugiati a percorrere rotte più lunghe e pericolose. Le frontiere della Libia con Sudan, Ciad ed Egitto restano infatti estese e difficili da monitorare. La stima complessiva della popolazione rifugiata resta complessa a causa degli ingressi irregolari e dei numerosi punti di attraversamento, mentre molti rifugiati si dirigono rapidamente verso le città costiere dopo l’ingresso nel territorio libico.

Sul piano umanitario, i rifugiati sudanesi affrontano gravi ostacoli nell’accesso alle cure sanitarie, soprattutto per la mancanza di documenti ufficiali e per i costi elevati dei servizi medici, che impediscono a molti di ricevere assistenza di base. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Rd Congo: Ituri, Unicef e Corea Sud a sostegno dei vulnerabili

Kinshasa, 09 apr. – Un programma che mira a soddisfare i bisogni urgenti di migliaia di bambini e famiglie colpiti dal conflitto armato in Ituri, provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo, è stato avviato con il sostegno della cooperazione sudcoreana e dell’Unicef.

Finanziata con cinque milioni di dollari statunitensi da Seul, questa iniziativa battezzata “Resilienza per i bambini” è stata lanciata ufficialmente ieri a Kinshasa dal ministro di Stato per gli Affari Sociali e Umanitari, alla presenza dei suoi colleghi dei ministeri dell'Istruzione Nazionale e delle Pari Opportunità, della Famiglia e dell'Infanzia.

Il progetto si concentra sul miglioramento dell'accesso ai servizi sociali di base, in particolare attraverso il rafforzamento della nutrizione, della salute materno-infantile e dell'accesso all'acqua potabile, all'igiene e ai servizi igienico-sanitari.

Il rappresentante Unicef in Corea, John Agbor, ha affermato che questa iniziativa mira a rafforzare i sistemi di protezione dell'infanzia e a sostenere la scolarizzazione sicura, con particolare attenzione alla prevenzione della violenza e al supporto psicosociale per i bambini sfollati e quelli provenienti dalle comunità ospitanti nell'Ituri.

La provincia dell'Ituri sta attualmente attraversando una crisi complessa e multidimensionale. Ad agosto 2025, la regione contava circa un milione di sfollati interni e 700.000 rimpatriati che vivevano in condizioni precarie. Le gravi violazioni dei diritti dei minori, tra cui omicidi, mutilazioni e violenze sessuali, hanno registrato un allarmante aumento del 46% nella prima metà del 2025. Inoltre, oltre 1,3 milioni di bambini non frequentano la scuola a causa della persistente insicurezza. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Libano: un cooperante, nel sud la situazione è catastrofica

Beirut, 01 apr. – Il Libano sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente. Dall’inizio di marzo, l’escalation del conflitto tra Israele e le milizie Hezbollah ha trasformato il sud del Paese e la stessa capitale, Beirut, in un teatro di crisi umanitaria senza precedenti. In questo scenario di estrema instabilità, la cooperazione internazionale si trova a operare in un equilibrio precario, cercando di mantenere vivi progetti essenziali tra ordini di evacuazione e bombardamenti quotidiani.

La situazione nel meridione è definibile “catastrofica” da chi ci vive. Le operazioni militari e gli attacchi aerei israeliani hanno colpito indiscriminatamente aree civili e infrastrutture vitali, costringendo oltre un milione di persone - circa il 20% della popolazione totale - ad abbandonare le proprie case. Tra questi, si contano più di 370.000 bambini che hanno perso improvvisamente il diritto all’istruzione e alla sicurezza.

"Quello che vediamo oggi nel Sud non è solo distruzione fisica, è lo sradicamento di un'intera identità rurale - racconta un cooperante attivo da anni nel distretto di Hasbaya -. Nel sud del Libano, l’impiego sistematico di munizioni al fosforo bianco da parte israeliana, denunciato da diverse organizzazioni internazionali, non sta colpendo solo le persone: sta compromettendo il futuro stesso del territorio. Decine di migliaia di ulivi secolari sono andati distrutti, mentre il suolo, contaminato, resterà improduttivo per anni. Un colpo durissimo per l’agricoltura, che rappresenta la principale fonte di sostentamento per intere comunità.

Gli ordini di evacuazione emessi dalle forze armate israeliane (Idf) coprono ormai l’intera area a sud del fiume Zahrani, estendendosi ben oltre le tradizionali rivendicazioni israeliane legate al fiume Litani. Questo ha generato ondate di sfollamento massicce verso nord, creando una pressione insostenibile su città dell’area del monte Libano e nord Libano come Jounieh e sulla capitale Beirut, dove i profughi vivono in tende improvvisate, veicoli o rifugi sovrappopolati con scarso accesso ad acqua potabile e cure mediche essenziali.

Sul fronte diplomatico, il governo centrale libanese appare fragile e quasi spettatore della tragedia. Pur avendo preso le distanze dalle azioni di Hezbollah e avendo vietato le attività militari del gruppo per tentare di ripristinare la sovranità statale, lo Stato non ha intrapreso azioni militari per difendere i confini, limitandosi a richieste di mediazione a Francia e Stati Uniti. “Questa posizione - continua il cooperante - ha lasciato i civili in una sorta di terra di nessuno istituzionale. Da un lato, Hezbollah considera questa guerra esistenziale e prosegue lo scontro; dall'altro, la popolazione teme che le tensioni interne tra le diverse comunità possano sfociare in una nuova guerra civile, alimentata anche dalla strategia di colpire selettivamente alcune aree per esasperare i conflitti tra residenti e sfollati”.

In questo contesto drammatico , la cooperazione internazionale cerca di non indietreggiare, nonostante i rischi logistici siano diventati estremi. Un esempio significativo è “Rifiuto o risorsa? Responsabilità ambientale e sociale di imprese e municipalità”, progetto della Ong italiana Celim, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Il programma opera proprio nel cuore della crisi, nei distretti di Hasbaya e Marjayoun, zone critiche situate lungo il confine. Nonostante la municipalità di Hasbaya non sia stata colpita da bombardamenti sistematici, l'instabilità delle aree circostanti, come le fattorie di Chebaa e il distretto di Marjayoun, rende ogni spostamento un rischio mortale.
"Lavorare oggi significa accettare un blocco operativo quasi totale - spiega lo stesso cooperante -. I nostri fornitori nella valle della Bekaa o nell'area di Dahiye a Beirut sud sono sotto attacco quotidiano. Consegnare materiali o monitorare i siti è diventato un terno al lotto e la sicurezza del personale è la nostra priorità assoluta”.

“Attualmente, il team composto da personale espatriato e staff locale si trova a operare in una situazione di stand-by forzato. Nonostante le gravi limitazioni operative e l’insicurezza diffusa, Celim continua a garantire una presenza attiva sul territorio, facendo leva sul proprio personale libanese, che resta nelle comunità e mantiene i contatti in un contesto segnato da infrastrutture elettriche e stradali gravemente danneggiate. La continuità dell’impegno, anche in condizioni così critiche, rappresenta un elemento essenziale per non interrompere il legame con le municipalità e le comunità coinvolte. Già nel 2024 il progetto era stato costretto a rimodulare le attività, escludendo le aree di Chebaa e Rachaya El Foukar perché troppo esposte; oggi anche i nuovi siti di Jdeidet Marjayoun risultano parzialmente inaccessibili a causa dell’insicurezza diffusa, rendendo ancora più evidente la necessità di un supporto costante e continuativo.”

Mentre nel sud si combatte, a Jounieh, a nord di Beirut, è in fase di avvio un nuovo progetto dedicato all'integrazione dei lavoratori migranti, finanziato dalla Conferenza episcopale italiana. Sebbene quest'area sia relativamente più stabile, la caduta di detriti missilistici e l'enorme afflusso di sfollati mantengono la tensione sociale altissima.
“Il timore più profondo della popolazione, sussurrato tra le macerie, è quello di non poter più tornare alle proprie case - conclude il cooperante -. La paura di una permanenza indefinita nei rifugi e di una possibile pulizia etnica grava sui cittadini come una spada di Damocle. In questo abisso, la cooperazione internazionale rimane uno degli ultimi baluardi di speranza, un tentativo concreto di trasformare, laddove possibile, il rifiuto di una guerra devastante in una risorsa di resilienza per il domani del Libano”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Ghana: Kallas ad Accra, firmati memorandum su sicurezza e difesa

Accra, 25 mar. – Il Ghana e l'Unione europea (Ue) hanno firmato ieri ad Accra la loro prima partnership ufficiale in materia di sicurezza e difesa, in un momento in cui l'intera Africa occidentale si trova ad affrontare la violenza jihadista e le tensioni transfrontaliere nel Sahel.

Come riferiscono i media ghanesi, l'accordo è stato firmato in occasione della visita dell'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, che nella capitale ghanese, ieri, ha incontrato la vicepresidente del Ghana Jane Naana Opoku-Agyemang. Questo accordo, è stato spiegato in una conferenza stampa dopo la firma, mira a rafforzare la cooperazione in settori quali la lotta al terrorismo, la condivisione di informazioni di intelligence e la gestione delle crisi. "Questa partnership ci permette di collaborare più strettamente in ambiti importanti per la sicurezza dei nostri cittadini, sia in Europa che in Ghana" ha detto Kaja Kallas, descrivendo l'accordo come il primo del suo genere tra l'Ue e un Paese africano: questo accordo rientra in un più ampio programma di sostegno dell'Ue, avviato nel 2023 e del valore di 50 milioni di euro, che prevede la fornitura di attrezzature per la sicurezza e l'intelligence al segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale del Ghana. L'Ue ha anche consegnato al Ghana equipaggiamenti militari, tra cui droni di sorveglianza, cannoni anti-drone e motociclette.

Negli ultimi anni i Paesi costieri dell'Africa occidentale che affacciano sul golfo di Guinea, tra cui il proprio Ghana, lanciano appelli in ricerca di aiuto e cercano di approntare politiche per impedire la diffusione e la proliferazione della violenza jihadista dai Paesi del Sahel, dove da oltre un decennio i gruppi armati legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico portano avanti un conflitto molto ampio e violento: secondo l'ultimo Indice globale del terrorismo pubblicato la scorsa settimana, l'anno scorso il Sahel, definito "epicentro" del "terrorismo", ha rappresentato quasi la metà delle morti legate alla violenza estremista. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sud Sudan: Oim, servizi vitali a rischio per 187.000 sfollati

Juba, 23 mar. – I servizi essenziali per quasi 187.000 sfollati in Sud Sudan rischiano di interrompersi nelle prossime settimane a causa di un deficit di finanziamento di 6 milioni di dollari, ha avvertito l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in una nota.

Secondo la capo missione dell’Oim nel Paese, Vijaya Souri, servizi salvavita come acqua potabile, sistemi igienico-sanitari e protezione dalle inondazioni nei siti di Bentiu e Malakal sono a rischio immediato, con gravi conseguenze per popolazioni già vulnerabili.

L’agenzia Onu ha sottolineato che l’interruzione dei servizi potrebbe provocare rapide epidemie e nuovi sfollamenti, con impatti non solo sui residenti dei campi ma anche su oltre 554.000 abitanti delle aree urbane circostanti.

Per evitare un ulteriore deterioramento della situazione, l’Oim ha lanciato un appello urgente per reperire 6 milioni di dollari necessari a garantire la continuità dei servizi fino alla fine del 2026, in vista anche della stagione delle piogge.

Il Sud Sudan resta uno dei Paesi più colpiti da sfollamenti a livello globale, con circa 2 milioni di sfollati interni e quasi 10 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudan: crisi umanitaria rischia dimensione regionale, Ifcr

Khartoum, 18 mar. – Il conflitto in Sudan si sta trasformando in una crisi umanitaria regionale, secondo quanto dichiarato ieri da Danielle Brouwer, coordinatrice della comunicazione Federazione internazionale delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa (Ifcr). "La crisi in Sudan non è solo interna al Paese, ma si sta estendendo a tutta la regione", ha affermato Brouwer  intervenendo da Juba, in Sud Sudan, durante un briefing con la stampa.

Secondo l’organizzazione, quasi 4,5 milioni di persone sono fuggite dal Sudan verso i Paesi vicini, spesso raggiungendo aree già fragili. Nella località di Renk, in Sud Sudan, i rifugiati "sopravvivono con quasi nulla", ha spiegato Brouwer, sottolineando la scarsità di acqua, cibo e servizi igienici. "Percorrono lunghe distanze per l’acqua e spesso consumano un solo pasto al giorno. Ci sono pochi servizi igienici e un ospedale che serve 60mila persone è a corto di medicinali", ha aggiunto.

Il sovraffollamento sta aggravando ulteriormente la situazione: circa 8.000 persone sono in attesa in un centro di transito a Renk, ben oltre la sua capacità, molte delle quali costrette a dormire in rifugi di fortuna. La coordinatrice ha citato anche il caso di una madre con due figli fuggita da Khartoum, che avrebbe camminato per circa 500 chilometri per mettersi in salvo.

La crisi è destinata a peggiorare con l’avvicinarsi della stagione delle piogge in Sud Sudan, che aumenta il rischio di inondazioni e malattie. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Madagascar: la catena degli aiuti al lavoro dopo il ciclone

Antananarivo, 13 feb. – Un vasto slancio di cooperazione si è attivato per aiutare le vittime dei danni del ciclone Gezani sulla costa orientale e Tamatave, dove il bilancio dei morti è salito a 38.

Le immagini di quartieri allagati, case distrutte e famiglie sfollate hanno profondamente colpito l'opinione pubblica, riporta la stampa locale. L'appello d'aiuto delle autorità ha rapidamente trovato un pubblico ricettivo. Anche personalità politiche influenti, tra cui gli ex presidenti Marc Ravalomanana e Andry Rajoelina, hanno diffuso questo appello, amplificando ulteriormente la mobilitazione. Nella capitale, la risposta è stata rapida. Gli abitanti di Toamasina hanno allestito un punto di raccolta donazioni ad Anosy, che nel giro di poche ore è diventato un luogo di ritrovo e un centro di solidarietà. Vestiti, cibo, prodotti per l'igiene e contributi finanziari sono stati inviati in massa per aiutare le persone colpite. Il Comune di Antananarivo, da parte sua, ha allestito un altro punto di raccolta di fronte al Municipio di Analakely, invitando i residenti della capitale a partecipare a questo sforzo nazionale. Gli appelli si susseguono via messaggi whatsapp in una lunga catena nazionale e internazionale.

Gli operatori telefonici, in coordinamento con l'Ufficio Nazionale per la Gestione dei Rischi e dei Disastri, hanno lanciato linee dedicate per il trasferimento di denaro tramite dispositivi mobili. Anche la diaspora malgascia è attivamente coinvolta. All'estero sono state lanciate diverse campagne di raccolta fondi online, in particolare attraverso piattaforme come Leetchi.

A Réunion si stanno organizzando interventi diffusi. Diverse associazioni organizzeranno questo sabato un evento di solidarietà.

L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stanziato 250.000 euro per sostenere le risposte di emergenza . Il sistema delle Nazioni Unite ha stanziato un totale di 5 milioni di dollari attraverso il Fondo Centrale di Risposta alle Emergenze (Cerf), finanziato dai contributi dei partner internazionali. Di questa somma, 2 milioni di dollari sono destinati a rispondere alle conseguenze del ciclone Fytia, mentre i restanti 3 milioni di dollari sono stati mobilitati per azioni preventive prima dell'arrivo del ciclone Gezani. Anche la Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha annunciato un contributo di un milione di dollari.

Mentre promesse e donazioni continuano ad arrivare, una questione rimane centrale, sottolinea il Madagascar Tribune: la trasparenza nella gestione di questi fondi e l'efficacia del loro impiego sul campo. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Madagascar: ciclone Gezani, primo bilancio vittime

Antananarivo, 11 feb. –

È di nove morti il primo bilancio ufficiale del passaggio del ciclone tropicale intenso Gezani sulla costa orientale del Madagascar, secondo i dati diffusi dal Bureau national de gestion des risques et catastrophes (Bngrc) che precisa che le vittime sono decedute a causa del crollo di abitazioni nella zona di impatto.

Il ciclone si è abbattuto ieri alle 19:30 ora locale direttamente su Tamatave, seconda città del Paese e principale porto commerciale. Secondole testimonianze raccolte da Radio France Internationale (Rfi), le piogge torrenziali e le raffiche di vento, con punte tra 200 e 270 chilometri orari, hanno devastato la città. “È il caos totale, il 90% dei tetti delle case è stato spazzato via, in tutto o in parte”, ha dichiarato all’emittente Rija Randrinarisoa, responsabile del dipartimento gestione rischi e catastrofi di Action contre la faim, impegnato nelle prime valutazioni sul campo.

La rete elettrica è completamente interrotta dalle 15 ora locale di ieri e le telecomunicazioni risultano fortemente perturbate, mentre le strade sono impraticabili per alberi abbattuti e detriti. Nella notte, sempre secondo Rfi, il Bngrc è stato sommerso da richieste di aiuto e numerosi residenti hanno lanciato appelli sui social, segnalando di essere bloccati dall’innalzamento delle acque. La città non registrava un ciclone di tale intensità dal 2012.

Nelle ore successive Gezani è stato declassato a forte tempesta tropicale e si è spostato verso ovest, avvicinandosi ad Antananarivo. Le piogge intense sulla capitale fanno temere frane e nuove inondazioni, in particolare nelle aree attraversate dai fiumi. Tre regioni restano in allerta rossa e nelle cinque regioni colpite le attività sono sospese e le scuole chiuse.
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Zimbabwe: le inondazione continuano a mietere vittime

Harare, 04 feb. – Sono salite ad almeno 118 le persone morte e a 61 quelle rimaste ferite in Zimbabwe dall’inizio della stagione delle piogge, secondo l’ultimo rapporto sulla situazione diffuso ieri dal Dipartimento di protezione civile (Dcp).

Nel documento, l’agenzia riferisce che negli ultimi sette giorni si sono registrati altri nove decessi, portando il bilancio complessivo a 118 vittime, rispetto alle 109 segnalate la settimana precedente. Le morti più recenti sono state attribuite principalmente ad annegamenti e al crollo di miniere causato dalle forti precipitazioni.

Le piogge hanno colpito finora 8.295 nuclei familiari e provocato danni a 334 abitazioni, 236 scuole, 15 strutture sanitarie e 21 ponti in tutto il Paese, secondo il Dcp, che ha inoltre segnalato almeno 12 episodi di persone rimaste isolate a causa dell’innalzamento delle acque.

Il dipartimento ha aggiunto che le principali autostrade e arterie stradali, sia in aree urbane sia rurali, risultano gravemente danneggiate, con alcuni tratti impraticabili e bisognosi di interventi di ripristino.

In Zimbabwe la stagione delle piogge si estende in genere da ottobre a marzo ed è caratterizzata da precipitazioni intense e temporali che ogni anno causano allagamenti e danni alle infrastrutture. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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