Roma, 15 mag. – Dal Nord-est della Siria al Kenya e all’Uganda, l’Italia sta puntando a intervenire sulle filiere alimentari di numerosi Paesi del mondo per ridurre gli sprechi al loro interno e migliorarne la sostenibilità economica, ambientale e sociale. È quanto emerso dalle sessioni dedicate questa mattina ai temi dei sistemi locali del cibo e dei mercati contadini, nell’ambito della fiera Codeway Expo, in corso a Roma.

Nella prima parte della giornata, il panel intitolato “Creare valore nei sistemi locali del cibo – Il modello italiano verso il Food Systems Summit 2027”, ha visto succedersi gli interventi scientifici dei relatori delle università di Siena, Pisa e Bologna che, insieme al Centro internazionale di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari, stanno elaborando un documento da presentare al summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari che si terrà il prossimo anno.

Tale percorso si fonda sui risultati di due progetti di assistenza tecnica, il RE.Food e il Foot, rivolti alle coalizioni delle Nazioni Unite impegnate sui fronti della lotta allo spreco alimentare, del riconoscimento del valore reale del cibo e della resilienza delle filiere locali. “Sono progetti in cui vogliamo includere ricerca, formazione e azione concreta”, ha spiegato Massimo Vittuari dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, di ritorno da un incontro in Tunisia dove, insieme ai partner locali, sta lavorando per replicare un progetto già attivato nelle mense universitarie di Bologna al fine di ridurre gli sprechi alimentari. “Lavoriamo in Albania, Azerbaijan, Egitto, Giordania e Kenya, su due tipologie di ambienti: filiere alimentari e ambienti di ristorazione collettiva”, ha precisato Vittuari.

Ampio spazio è stato dedicato inoltre al tema dei mercati contadini, sul quale si è soffermato Carmelo Troccoli, che dirige la rete dei mercati Campagna Amica (Coldiretti) e la World Farmers Market Coalition, una “Coalizione globale dei mercati contadini” che riunisce ottanta Paesi. “Nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo gli agricoltori non sono liberi di vendere direttamente i propri prodotti come facciamo noi in Italia – ha detto Troccoli – stiamo provando a rompere questa catena di ‘schiavitù’ in cui un agricoltore deve affidarsi ad un altro rivenditore per poter distribuire il suo prodotto”.

Proprio ai “Farmers market” è stato dedicato il secondo panel della mattinata, “Potenziare i mercati contadini per la trasformazione dei sistemi agroalimentari locali – Partenariato Italia-Fao per la trasformazione dei sistemi agroalimentari locali”.

Come ha spiegato Stefano Campolina della divisione Trasformazione rurale e uguaglianza di genere della Fao, l’agenzia Onu sta attuando un progetto sostenuto dalla World Farmers Market Coalition e finanziato dall’Italia per “promuovere mercati contadini, modelli e meccanismi collettivi per coinvolgere i piccoli produttori in sistemi alimentari sostenibili”. “Il progetto- ha aggiunto – prevede tre attività principali: la mappatura dei mercati contadini, il supporto tecnico alle associazioni dei mercati contadini e il sostegno alla Coalizione nella promozione di un’azione inclusiva”.

“C’è un malinteso sull’economia informale – conclude  Richard McCarthy, presidente della  World Farmers Market Coalition  – l’economia informale non è disorganizzata, bensì molto organizzata, soltanto che spesso non è riconosciuta come legittima. Il nostro proposito, nello sviluppo dei mercati contadini, è iniziare a legittimare l’economia informale, in modo da generare ricchezza sui territori, affinché i contadini possano restare sulla propria terra e il denaro circoli localmente”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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