Sicurezza

Africa: Ebola, si rafforzano le misure per contenere l'epidemia

Nairobi, 29 mag. – Si allarga la rete di misure straordinarie adottate in Africa orientale e a livello internazionale per contenere l’epidemia di Ebola legata al ceppo Bundibugyo che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo.

Il Kenya aprirà un centro di quarantena destinato ai cittadini statunitensi esposti al virus durante l’emergenza sanitaria in corso. La struttura, che sorgerà nella contea di Laikipia all’interno di una base dell’aeronautica militare, potrà ospitare fino a 50 persone e sarà gestita da personale sanitario americano. Secondo le autorità statunitensi, i cittadini Usa esposti al contagio non saranno rimpatriati immediatamente, ma resteranno in osservazione in Kenya; in caso di positività verranno successivamente trasferiti in strutture specializzate in Europa. La decisione ha suscitato polemiche sia negli Stati Uniti sia in Kenya, dove associazioni mediche e legali contestano la scelta di Nairobi di ospitare il centro di isolamento.

Nel frattempo l’Uganda ha rafforzato drasticamente i controlli alla frontiera con la Rd Congo, arrivando alla sospensione temporanea dei principali attraversamenti terrestri e dei collegamenti aerei diretti con il Congo orientale. Kampala ha motivato il provvedimento con l’aumento dei casi sospetti e confermati nel Paese, ma le restrizioni stanno provocando forti preoccupazioni negli ambienti economici e commerciali delle regioni di confine, dove migliaia di persone dipendono quotidianamente dagli scambi transfrontalieri. Secondo operatori economici e associazioni di commercianti, il blocco rischia di paralizzare il commercio informale e aggravare le difficoltà economiche nelle province occidentali ugandesi e nell’est della Rd Congo.

L’Organizzazione mondiale della sanità continua intanto a lanciare l’allarme sulla rapida diffusione dell’epidemia. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus si è recato nella provincia congolese dell’Ituri, epicentro del focolaio, dichiarando che l’epidemia “può essere fermata”, ma denunciando le difficoltà operative legate all’insicurezza e alla carenza di fondi internazionali.

Sul fronte scientifico, la Russia ha annunciato di aver sviluppato un vaccino sperimentale potenzialmente efficace contro il ceppo Bundibugyo, per il quale al momento non esistono vaccini approvati. Secondo Mosca, il preparato potrebbe essere disponibile entro la fine dell’anno dopo ulteriori test clinici coordinati con le autorità sanitarie africane e con l’Oms. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Cooperazione: Codeway, acqua per stabilità e sviluppo locali

Roma, 14 mag. – L’acqua si conferma leva strategica fondamentale per la pace e la stabilità sociale nel continente africano, trasformandosi da sfida emergenziale in opportunità di sviluppo strutturale: è questa la strategia del sistema Italia presentata in occasione della seconda giornata di lavori a Codeway, la manifestazione organizzata da Fiera Roma dedicata alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile in corso fino a domani venerdì 15 maggio, per garantire l’accesso a una risorsa sicura a oltre due miliardi di persone che ancora ne sono prive a livello globale.

Marco Riccardo Rusconi, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ha evidenziato come l’acqua permei tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030, incidendo direttamente su salute, istruzione e uguaglianza di genere. “L’acqua è un elemento che scorre e permea ogni settore dello sviluppo; per affrontarne la complessità occorre un approccio corale che integri infrastrutture, tecnologia e dialogo con le comunità locali”, ha dichiarato Rusconi, citando il rischio che progetti tecnicamente perfetti falliscano senza un’adeguata intermediazione umana.

Il coordinamento tra settore pubblico, privato e accademico trova applicazione concreta in progetti come l'ampliamento del sistema idrico di Brazzaville, nella Repubblica del Congo, destinato a beneficiare oltre un milione di cittadini. Fabio Massimo Ballerini, della Struttura di missione per l’attuazione del Piano Mattei, ha spiegato che la gestione idrica è una priorità politica condivisa con l'Unione africana, supportata da piattaforme di cofinanziamento con la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo.

A sua volta Francesco Maria Rotundi, amministratore delegato di Acea Infrastructures, ha tuttavia avvertito che il successo degli investimenti dipende dalla sostenibilità nel lungo periodo: “Il principale ostacolo non è la mancanza di soluzioni tecniche, ma la carenza di fondi destinati alla manutenzione e alla formazione di capacità gestionale locale; senza queste, il fallimento delle opere è inevitabile”.

L’eccellenza dell'ingegneria ambientale italiana è stata sottolineata anche da Giorgia Scopece, direttrice di Sogesid, che ha richiamato la necessità di superare il modello dei “doni a perdere” - impianti realizzati senza formazione o con sistemi incomprensibili - per puntare su un'autonomia gestionale dei Paesi partner.

In Tunisia, il progetto Tanit rappresenta un modello di questa visione: attraverso il trattamento delle acque reflue, l’Italia punta a recuperare 12.000 ettari di terreno desertico. Biagio Di Terlizzi, direttore del Centro di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari, ha spiegato che l’obiettivo è “cambiare il colore dell’economia da giallo a verde”, creando occupazione e stabilità attraverso la diplomazia idrica.

In questo scenario si inserisce l’attività del Comitato One Water, rappresentato da Vanessa Curcio, che promuove una visione olistica della risorsa in vista del primo Forum euromediterraneo dell’acqua previsto a Roma in autunno, dal 29 settembre al 2 ottobre prossimi. Nonostante il calo degli aiuti internazionali, scesi del 23% nel 2025, Priyanka Soni del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha confermato il ruolo dell'Italia come facilitatore per sbloccare nuovi finanziamenti entro l’inizio del prossimo anno. La sfida della resilienza idrica si configura così come un elemento di sicurezza regionale che, secondo la visione della cooperazione italiana, mira a stabilizzare il continente attraverso il passaggio definitivo dal modello assistenziale a quello del partenariato paritario. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Cooperazione: Codeway, One Health per la sicurezza e lo sviluppo

Roma, 14 mag. – La protezione dalle minacce epidemiche passa per lo studio delle patologie nei territori d’origine attraverso il paradigma "One Health", inteso non più come traguardo teorico, ma come metodologia operativa della cooperazione: è quanto emerso oggi a Codeway Expo, la manifestazione organizzata da Fiera Roma dedicata alla cooperazione internazionale e allo sviluppo sostenibile in corso fino a domani venerdì 15 maggio, durante il panel dedicato alla resilienza delle filiere sanitarie, dove esperti e imprese hanno delineato una nuova strategia di diplomazia scientifica che integra salute umana, animale e ambientale.

Nicola d’Alterio, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (Izsam), ha sottolineato la funzione di sorveglianza attiva svolta dai tecnici italiani all'estero: “Studiamo le malattie infettive nei territori dove si manifestano per proteggere l'Italia e l'Europa dal loro arrivo; lavoriamo con la stessa passione dei cooperanti perché siamo consci di questa funzione di difesa”. Secondo Laura De Antoniis, dell’Izsam, questo approccio segna un “passaggio dal cosa al come” nella messa a terra dei progetti, trasformando la cooperazione scientifica in uno strumento per facilitare il dialogo tra i Paesi.

Il modello italiano di intervento veterinario trova applicazione concreta anche in aree di crisi, come dimostrato dall'attività del Centro di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari. Il direttore generale Biagio Di Terlizzi ha riferito della fiducia costruita in Siria e Libia attraverso cliniche mobili, evidenziando che “l’Italia è capace di costruire un servizio veterinario anche in condizioni di fragilità politica, riducendo potenzialmente i costi di prevenzione per l’intero sistema europeo”.

Questa visione integrata è condivisa da Amref Health Africa, che dal 2005 opera nelle zone pastorali del continente con programmi di vaccinazione per oltre 1,8 milioni di capi di bestiame. Marta Sachy, responsabile dei programmi dell’organizzazione non governativa, ha spiegato che in Africa l’approccio è endogeno poiché “il benessere familiare dipende direttamente dalla salute del patrimonio zootecnico”.

Sul fronte industriale, la sfida della sicurezza alimentare viene affrontata attraverso la creazione di filiere agroindustriali autosufficienti. Patrick Ungaro, direttore operativo di Bonifiche Ferraresi International, ha annunciato la gestione di 100 mila ettari in Africa, tra cui un progetto da 36 mila ettari in Algeria, basato su joint venture che escludono l'esportazione dei prodotti per favorire il consumo locale: “Aiutiamo le popolazioni a diventare propositori nelle loro terre attraverso una formazione innovativa che diventi loro patrimonio”.

Anche per Giovanni Sorlini, responsabile qualità del Gruppo Inalca, il controllo delle filiere bovine rappresenta un pilastro della stabilità rurale. Secondo Sorlini, il bovino è un “ecosistema che porta con sé una vera società rurale”, rendendo i partenariati tecnico-scientifici essenziali per mitigare i rischi sanitari che potrebbero minacciare gli investimenti e lo sviluppo dei territori. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudan: milioni di bambini in condizioni di privazioni estreme

Khartoum, 04 mag. – Nel Darfur, in Sudan, circa 5 milioni di bambini vivono in condizioni di privazioni estreme e oltre la metà soffre di malnutrizione acuta in alcune aree, secondo quanto riferito dall’Unicef, che ha lanciato un’allerta rossa.

A vent’anni dal primo conflitto che devastò la regione occidentale del Paese, la crisi attuale – legata alla guerra in corso dal 2023 tra esercito e Forze di supporto rapido (Rsf) – si presenta ancora più grave. Nella sola città di El-Fasher, oltre 1.300 bambini sono stati uccisi o mutilati in poco più di due anni, mentre in alcune zone si registrano condizioni assimilabili alla carestia.

L’agenzia delle Nazioni Unite evidenzia come violenze, fame e sfollamenti forzati si intreccino aggravando la situazione umanitaria, in un contesto di scarsa attenzione internazionale. “Il silenzio del mondo è assordante”, ha dichiarato il rappresentante dell’Unicef in Sudan, Sheldon Yett, sottolineando come la crisi attuale riceva molta meno attenzione rispetto a quella di due decenni fa.

A differenza del passato, anche gli operatori umanitari risultano sempre più esposti: convogli di aiuti, ospedali, mercati e scuole sono diventati obiettivi degli attacchi. L’Unicef segnala inoltre un grave deficit di finanziamenti, avendo ricevuto finora solo il 16% dei fondi richiesti per le operazioni nel 2026. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudan: oltre 559mila rifugiati sudanesi in Libia dal 2023

Khartoum, 22 apr. – Oltre 559.920 rifugiati provenienti dal Sudan sono entrati in Libia dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023, configurando una delle più grandi crisi di sfollamento nella regione negli ultimi anni. Lo rende noto un rapporto pubblicato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nel quale viene precisato che 74.934 persone sono state registrate nella fase iniziale del conflitto, portando il totale dei rifugiati registrati presso il centro dell’agenzia a Tripoli a 91.494, mentre continuano gli arrivi attraverso le frontiere meridionali e orientali del Paese.

Secondo il rapporto, l’inasprimento dei controlli alle frontiere da parte delle autorità libiche ha spinto molti rifugiati a percorrere rotte più lunghe e pericolose. Le frontiere della Libia con Sudan, Ciad ed Egitto restano infatti estese e difficili da monitorare. La stima complessiva della popolazione rifugiata resta complessa a causa degli ingressi irregolari e dei numerosi punti di attraversamento, mentre molti rifugiati si dirigono rapidamente verso le città costiere dopo l’ingresso nel territorio libico.

Sul piano umanitario, i rifugiati sudanesi affrontano gravi ostacoli nell’accesso alle cure sanitarie, soprattutto per la mancanza di documenti ufficiali e per i costi elevati dei servizi medici, che impediscono a molti di ricevere assistenza di base. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Rd Congo: Ituri, Unicef e Corea Sud a sostegno dei vulnerabili

Kinshasa, 09 apr. – Un programma che mira a soddisfare i bisogni urgenti di migliaia di bambini e famiglie colpiti dal conflitto armato in Ituri, provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo, è stato avviato con il sostegno della cooperazione sudcoreana e dell’Unicef.

Finanziata con cinque milioni di dollari statunitensi da Seul, questa iniziativa battezzata “Resilienza per i bambini” è stata lanciata ufficialmente ieri a Kinshasa dal ministro di Stato per gli Affari Sociali e Umanitari, alla presenza dei suoi colleghi dei ministeri dell'Istruzione Nazionale e delle Pari Opportunità, della Famiglia e dell'Infanzia.

Il progetto si concentra sul miglioramento dell'accesso ai servizi sociali di base, in particolare attraverso il rafforzamento della nutrizione, della salute materno-infantile e dell'accesso all'acqua potabile, all'igiene e ai servizi igienico-sanitari.

Il rappresentante Unicef in Corea, John Agbor, ha affermato che questa iniziativa mira a rafforzare i sistemi di protezione dell'infanzia e a sostenere la scolarizzazione sicura, con particolare attenzione alla prevenzione della violenza e al supporto psicosociale per i bambini sfollati e quelli provenienti dalle comunità ospitanti nell'Ituri.

La provincia dell'Ituri sta attualmente attraversando una crisi complessa e multidimensionale. Ad agosto 2025, la regione contava circa un milione di sfollati interni e 700.000 rimpatriati che vivevano in condizioni precarie. Le gravi violazioni dei diritti dei minori, tra cui omicidi, mutilazioni e violenze sessuali, hanno registrato un allarmante aumento del 46% nella prima metà del 2025. Inoltre, oltre 1,3 milioni di bambini non frequentano la scuola a causa della persistente insicurezza. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Libano: un cooperante, nel sud la situazione è catastrofica

Beirut, 01 apr. – Il Libano sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente. Dall’inizio di marzo, l’escalation del conflitto tra Israele e le milizie Hezbollah ha trasformato il sud del Paese e la stessa capitale, Beirut, in un teatro di crisi umanitaria senza precedenti. In questo scenario di estrema instabilità, la cooperazione internazionale si trova a operare in un equilibrio precario, cercando di mantenere vivi progetti essenziali tra ordini di evacuazione e bombardamenti quotidiani.

La situazione nel meridione è definibile “catastrofica” da chi ci vive. Le operazioni militari e gli attacchi aerei israeliani hanno colpito indiscriminatamente aree civili e infrastrutture vitali, costringendo oltre un milione di persone - circa il 20% della popolazione totale - ad abbandonare le proprie case. Tra questi, si contano più di 370.000 bambini che hanno perso improvvisamente il diritto all’istruzione e alla sicurezza.

"Quello che vediamo oggi nel Sud non è solo distruzione fisica, è lo sradicamento di un'intera identità rurale - racconta un cooperante attivo da anni nel distretto di Hasbaya -. Nel sud del Libano, l’impiego sistematico di munizioni al fosforo bianco da parte israeliana, denunciato da diverse organizzazioni internazionali, non sta colpendo solo le persone: sta compromettendo il futuro stesso del territorio. Decine di migliaia di ulivi secolari sono andati distrutti, mentre il suolo, contaminato, resterà improduttivo per anni. Un colpo durissimo per l’agricoltura, che rappresenta la principale fonte di sostentamento per intere comunità.

Gli ordini di evacuazione emessi dalle forze armate israeliane (Idf) coprono ormai l’intera area a sud del fiume Zahrani, estendendosi ben oltre le tradizionali rivendicazioni israeliane legate al fiume Litani. Questo ha generato ondate di sfollamento massicce verso nord, creando una pressione insostenibile su città dell’area del monte Libano e nord Libano come Jounieh e sulla capitale Beirut, dove i profughi vivono in tende improvvisate, veicoli o rifugi sovrappopolati con scarso accesso ad acqua potabile e cure mediche essenziali.

Sul fronte diplomatico, il governo centrale libanese appare fragile e quasi spettatore della tragedia. Pur avendo preso le distanze dalle azioni di Hezbollah e avendo vietato le attività militari del gruppo per tentare di ripristinare la sovranità statale, lo Stato non ha intrapreso azioni militari per difendere i confini, limitandosi a richieste di mediazione a Francia e Stati Uniti. “Questa posizione - continua il cooperante - ha lasciato i civili in una sorta di terra di nessuno istituzionale. Da un lato, Hezbollah considera questa guerra esistenziale e prosegue lo scontro; dall'altro, la popolazione teme che le tensioni interne tra le diverse comunità possano sfociare in una nuova guerra civile, alimentata anche dalla strategia di colpire selettivamente alcune aree per esasperare i conflitti tra residenti e sfollati”.

In questo contesto drammatico , la cooperazione internazionale cerca di non indietreggiare, nonostante i rischi logistici siano diventati estremi. Un esempio significativo è “Rifiuto o risorsa? Responsabilità ambientale e sociale di imprese e municipalità”, progetto della Ong italiana Celim, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Il programma opera proprio nel cuore della crisi, nei distretti di Hasbaya e Marjayoun, zone critiche situate lungo il confine. Nonostante la municipalità di Hasbaya non sia stata colpita da bombardamenti sistematici, l'instabilità delle aree circostanti, come le fattorie di Chebaa e il distretto di Marjayoun, rende ogni spostamento un rischio mortale.
"Lavorare oggi significa accettare un blocco operativo quasi totale - spiega lo stesso cooperante -. I nostri fornitori nella valle della Bekaa o nell'area di Dahiye a Beirut sud sono sotto attacco quotidiano. Consegnare materiali o monitorare i siti è diventato un terno al lotto e la sicurezza del personale è la nostra priorità assoluta”.

“Attualmente, il team composto da personale espatriato e staff locale si trova a operare in una situazione di stand-by forzato. Nonostante le gravi limitazioni operative e l’insicurezza diffusa, Celim continua a garantire una presenza attiva sul territorio, facendo leva sul proprio personale libanese, che resta nelle comunità e mantiene i contatti in un contesto segnato da infrastrutture elettriche e stradali gravemente danneggiate. La continuità dell’impegno, anche in condizioni così critiche, rappresenta un elemento essenziale per non interrompere il legame con le municipalità e le comunità coinvolte. Già nel 2024 il progetto era stato costretto a rimodulare le attività, escludendo le aree di Chebaa e Rachaya El Foukar perché troppo esposte; oggi anche i nuovi siti di Jdeidet Marjayoun risultano parzialmente inaccessibili a causa dell’insicurezza diffusa, rendendo ancora più evidente la necessità di un supporto costante e continuativo.”

Mentre nel sud si combatte, a Jounieh, a nord di Beirut, è in fase di avvio un nuovo progetto dedicato all'integrazione dei lavoratori migranti, finanziato dalla Conferenza episcopale italiana. Sebbene quest'area sia relativamente più stabile, la caduta di detriti missilistici e l'enorme afflusso di sfollati mantengono la tensione sociale altissima.
“Il timore più profondo della popolazione, sussurrato tra le macerie, è quello di non poter più tornare alle proprie case - conclude il cooperante -. La paura di una permanenza indefinita nei rifugi e di una possibile pulizia etnica grava sui cittadini come una spada di Damocle. In questo abisso, la cooperazione internazionale rimane uno degli ultimi baluardi di speranza, un tentativo concreto di trasformare, laddove possibile, il rifiuto di una guerra devastante in una risorsa di resilienza per il domani del Libano”. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Ghana: Kallas ad Accra, firmati memorandum su sicurezza e difesa

Accra, 25 mar. – Il Ghana e l'Unione europea (Ue) hanno firmato ieri ad Accra la loro prima partnership ufficiale in materia di sicurezza e difesa, in un momento in cui l'intera Africa occidentale si trova ad affrontare la violenza jihadista e le tensioni transfrontaliere nel Sahel.

Come riferiscono i media ghanesi, l'accordo è stato firmato in occasione della visita dell'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, che nella capitale ghanese, ieri, ha incontrato la vicepresidente del Ghana Jane Naana Opoku-Agyemang. Questo accordo, è stato spiegato in una conferenza stampa dopo la firma, mira a rafforzare la cooperazione in settori quali la lotta al terrorismo, la condivisione di informazioni di intelligence e la gestione delle crisi. "Questa partnership ci permette di collaborare più strettamente in ambiti importanti per la sicurezza dei nostri cittadini, sia in Europa che in Ghana" ha detto Kaja Kallas, descrivendo l'accordo come il primo del suo genere tra l'Ue e un Paese africano: questo accordo rientra in un più ampio programma di sostegno dell'Ue, avviato nel 2023 e del valore di 50 milioni di euro, che prevede la fornitura di attrezzature per la sicurezza e l'intelligence al segretariato del Consiglio di sicurezza nazionale del Ghana. L'Ue ha anche consegnato al Ghana equipaggiamenti militari, tra cui droni di sorveglianza, cannoni anti-drone e motociclette.

Negli ultimi anni i Paesi costieri dell'Africa occidentale che affacciano sul golfo di Guinea, tra cui il proprio Ghana, lanciano appelli in ricerca di aiuto e cercano di approntare politiche per impedire la diffusione e la proliferazione della violenza jihadista dai Paesi del Sahel, dove da oltre un decennio i gruppi armati legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico portano avanti un conflitto molto ampio e violento: secondo l'ultimo Indice globale del terrorismo pubblicato la scorsa settimana, l'anno scorso il Sahel, definito "epicentro" del "terrorismo", ha rappresentato quasi la metà delle morti legate alla violenza estremista. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sud Sudan: Oim, servizi vitali a rischio per 187.000 sfollati

Juba, 23 mar. – I servizi essenziali per quasi 187.000 sfollati in Sud Sudan rischiano di interrompersi nelle prossime settimane a causa di un deficit di finanziamento di 6 milioni di dollari, ha avvertito l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in una nota.

Secondo la capo missione dell’Oim nel Paese, Vijaya Souri, servizi salvavita come acqua potabile, sistemi igienico-sanitari e protezione dalle inondazioni nei siti di Bentiu e Malakal sono a rischio immediato, con gravi conseguenze per popolazioni già vulnerabili.

L’agenzia Onu ha sottolineato che l’interruzione dei servizi potrebbe provocare rapide epidemie e nuovi sfollamenti, con impatti non solo sui residenti dei campi ma anche su oltre 554.000 abitanti delle aree urbane circostanti.

Per evitare un ulteriore deterioramento della situazione, l’Oim ha lanciato un appello urgente per reperire 6 milioni di dollari necessari a garantire la continuità dei servizi fino alla fine del 2026, in vista anche della stagione delle piogge.

Il Sud Sudan resta uno dei Paesi più colpiti da sfollamenti a livello globale, con circa 2 milioni di sfollati interni e quasi 10 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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Sudan: crisi umanitaria rischia dimensione regionale, Ifcr

Khartoum, 18 mar. – Il conflitto in Sudan si sta trasformando in una crisi umanitaria regionale, secondo quanto dichiarato ieri da Danielle Brouwer, coordinatrice della comunicazione Federazione internazionale delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa (Ifcr). "La crisi in Sudan non è solo interna al Paese, ma si sta estendendo a tutta la regione", ha affermato Brouwer  intervenendo da Juba, in Sud Sudan, durante un briefing con la stampa.

Secondo l’organizzazione, quasi 4,5 milioni di persone sono fuggite dal Sudan verso i Paesi vicini, spesso raggiungendo aree già fragili. Nella località di Renk, in Sud Sudan, i rifugiati "sopravvivono con quasi nulla", ha spiegato Brouwer, sottolineando la scarsità di acqua, cibo e servizi igienici. "Percorrono lunghe distanze per l’acqua e spesso consumano un solo pasto al giorno. Ci sono pochi servizi igienici e un ospedale che serve 60mila persone è a corto di medicinali", ha aggiunto.

Il sovraffollamento sta aggravando ulteriormente la situazione: circa 8.000 persone sono in attesa in un centro di transito a Renk, ben oltre la sua capacità, molte delle quali costrette a dormire in rifugi di fortuna. La coordinatrice ha citato anche il caso di una madre con due figli fuggita da Khartoum, che avrebbe camminato per circa 500 chilometri per mettersi in salvo.

La crisi è destinata a peggiorare con l’avvicinarsi della stagione delle piogge in Sud Sudan, che aumenta il rischio di inondazioni e malattie. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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