Kampala, 02 feb. – Il Paese più accogliente d’Africa, e del mondo se guardiamo al numero di persone rifugiate, sta affrontando seri problemi a finanziare questa sua capacità di accoglienza: una grave carenza di servizi essenziali sta colpendo oltre un milione di rifugiati che vivono attualmente in Uganda, dove diverse organizzazioni umanitarie hanno dovuto ridurre drasticamente le loro operazioni a causa di un ampio taglio ai finanziamenti.

L’Uganda ospita oggi circa due milioni di rifugiati.

Lo rivela l’International rescue committee, secondo cui in molti non hanno più accesso ad assistenza sanitaria, all’istruzione e all’assistenza alimentare. L’Irc ha definito “il sistema sanitario per i rifugiati in Uganda” come “sull’orlo del collasso”, motivando così la chiusura di servizi essenziali e vitali.

“Siamo all’inizio dell’anno ma con i tagli dell’anno scorso e con appena il 6% dei finanziamenti necessari garantiti per il 2206, quasi due milioni di rifugiati rischiano di perdere l’accesso ai servizi sanitari e nutrizionali di base” ha detto a The east african Elijah Okeyo, direttore nazionale dell’Irc in Uganda, secondo cui i tagli sono particolarmente problematici per insediamenti quali Bidibidi, Imvepi, Rhino camp, Palabek e Kyrandongo, che ospitano complessivamente 735.500 rifugiati. Secondo l’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ogni rifugiato in Uganda deve sostenere una spesa di circa 16 dollari al mese per soddisfare le proprie esigenze ma, attualmente, la stessa Unhcr non è in grado di fornire assistenza per più di 5 dollari a rifugiato.

Il modello ugandese di accoglienza è uno dei più virtuosi al mondo ed è apprezzato molto anche dai partner internazionali del Paese africano, che mette in campo politiche di accoglienza progressiste, come l’offerta di terre gratuite per aiutare i rifugiati a prodursi il loro cibo e diventare sostenibili, integrate da aiuti economici adeguati. Il modello tuttavia è oggi a rischio: l’aumento globale della richiesta di aiuti umanitari, dal 2022 ad oggi, ha visto una risposta contraria da parte dei donatori internazionali, con una costante diminuzione dei finanziamenti destinati ai rifugiati. I servizi sanitari sono quelli tra i più colpiti: secondo l’Irc sono state segnalate, nell’arco del 2025, sei epidemie negli insediamenti di rifugiati in Uganda e la carenza di forniture mediche e farmaci colpisce ormai il 30% di loro in modo grave e persistente, con strutture sanitarie intere costrette a chiudere. Una crisi aggravata dall’aumento di problemi collaterali, come la malnutrizione: nelle 14 diverse aree di accoglienza dei rifugiati, in Uganda, i tassi di malnutrizione sono aumentati dal 5,4% al 7,8% nel giro di nemmeno un anno e oggi migliaia di bambini e persone fragili sono esposte a un rischio maggiore di malattie, danni allo sviluppo e morte.

Sfide che si sommano alla mission principale dei vari operatori ed enti, locali e non, che si occupano di assistere l’enorme popolazione di rifugiati in Uganda, ovverosia l’accoglienza: i continui arrivi dalle zone di conflitto, soprattutto da Repubblica democratica del Congo (Rdc) e Sud Sudan, e la lenta transizione delle cliniche gestite dagli enti umanitari al sistema sanitario ugandese stanno rendendo ancor più difficoltosa la gestione di questo momento critico per l’accoglienza. [Agenzia Infomundi – Infocoopera]

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